Believe in noth...'s profile La vita è una discarica...PhotosBlogListsMore ![]() | Help |
La vita è una discarica di sogniSiamo nella stessa sorte che tagliente ci cambierà |
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June 21 "sei di nuovo solo,la mia anima sarà con te"Fai a pezzi il mio cuore
Prima di andartene senza pentimenti ho pianto per te, le mie lacrime diventano sangue sono pronto ad arrendermi dici che l’ho presa troppo male e tutto ciò che chiedo è la tua comprensione Riportarti un pezzo del mio cuore spezzato sono pronto ad arrendermi Ricordo i momenti la vita era breve per una storia d’amore svanirà come una rosa lascerò tutto ![]() June 08 Elogio della solitudine
...anime Salve, che trae il suo significato dall’ origine, dall’ etimologia delle due parole che significano Spiriti Solitari è una specie di elogio della solitudine, si sa non tutti se la possono permettere, non se la possono permettere i vecchi, non se la possono permettere i malati, non se la può permettere il politico.
June 02 Wind of changeSCORPIONS I follow the Moskva
May 20 Planetary confinement![]() « ... liete si apprestano a combattere le Forze del Male e già calpestano il Ponte che adduce ai Troni degli Dèi; il Destino ormai sta per compiersi e Heimdallr, il santo custode, suona a gran forza il grande corno di guerra; in silenzio, Odino conversa con la testa di Mimir e da lei cerca consiglio. »
May 03 OmbraEdgar Allan Poe Voi che mi leggete siete ancora tra i viventi; ma io che scrivo, da molto, da molto tempo sarò partito per la regione delle ombre. Poichè, in verità, succederanno di ben strane cose, molti segreti saran rivelati, molti secoli passeranno prima che queste parole sian vedute dagli uomini. E quando le avranno vedute, gli uni non le crederanno, gli altri dubiteranno, e ben pochi troveranno materia di meditazione nei caratteri che su queste tavolette vo tracciando con uno stile di ferro. L’anno era stato un anno di terrore, pieno di sentimenti più intensi del terrore, pei quali non c’è un nome sulla terra. Poichè c’erano stati molti prodigi e molti segni, e da tutte le parti, sulla terra e sul mare; le negre ali della Peste s’eran largamente spiegate. Ma quelli ch’eran sapienti nelle stelle non ignoravano che i cieli aveano un aspetto di sventura; e per me, tra gli altri, il greco Oinos, era evidente che stavamo al ricorso di quel settecentonovantaquattresimo anno, in cui, all’entrata in Ariete, il pianeta Giove si trova in congiunzione col rosso anello del terribile Saturno. Lo spirito particolare dei cieli, se non m’inganno di molto, manifestava la sua potenza non soltanto sul globo fisico della terra, ma ben anche sulle anime, sui pensieri, sulle meditazioni dell’umanità. Una notte, eravamo in sette, in fondo a un nobile palazzo in una triste città chiamata Tolemaide, seduti intorno ad alcune anfore d’un vino rosso di Chio. E la nostra camera non aveva altra entrata che un’alta porta di bronzo; e la porta era stata lavorata dall’artista Corinno, ed era d’una rara perfezione, e si chiudeva per di dentro. Del pari, dei panneggiamenti neri, proteggendo questa camera melanconica, ci risparmiavamo l’aspetto della luna, delle stelle lugubri e delle vie spopolate: - ma il presentimento e il ricordo del flagello non s’erano potuti così facilmente escludere. C’erano, intorno, presso a noi, delle cose di cui non posso render completamente ragione,- delle cose materiali e spirituali, - una pesantezza nell’atmosfera, - una sensazione di soffocamento, d’angoscia, - e, sopratutto quel terribile modo d’esistenza che subiscono le persone nervose, quando i sensi son crudelmente viventi e svegli, e le facoltà dello spirito assopite, intristite. Un peso mortale ci schiacciava. Si stendeva sulle nostre membra, - sul mobilio della sala, - sulle coppe in cui si beveva; e tutte le cose parevano oppresse, prostrate in quell’abbattimento,- tutto, eccetto le fiamme delle sette lampade di ferro che rischiaravano la nostra orgia. Allungandosi in minuti filamenti di luce, rimanevano tutte così, e bruciavano pallide e immobili; e nella rotonda tavola d’ebano, attorno a cui sedevamo, e che il loro chiarore trasformava in specchio, ogni convitato contemplava il pallore della sua propria faccia e il lampo inquieto degli occhi tristi dei suoi compagni. Nondimeno si mandavan delle risate, ed eravamo allegri a nostro modo, - un modo isterico; e si cantavano le canzoni d’ Anacreonte, - che non son che follia; e si beveva molto, quantunque la porpora del vino ci rammentasse la porpora del sangue. Perchè c’era nella camera un ottavo personaggio, il giovane Zoilo. Morto, lungo disteso e seppellito, egli era là il genio e il demone della scena. Ahimè! Non aveva parte, lui, al nostro divertimento; salvochè la sua faccia, sconvolta dal male, e gli occhi, dove la morte non avea spento che a mezzo il fuoco della peste, sembrava prendere tanto interesse alla nostra gioia quanto posson prendere i morti alla gioia di quelli che devon morire. Ma, benchè io, Oinos, mi sentissi addosso, fissi su me, gli occhi del defunto, nondimeno mi sforzai di non comprendere l’amarezza della loro espressione, e, figgendo ostinatamente lo sguardo nelle profondità dello specchio d’ebano, cantai con voce alta e sonora le canzoni del poeta di Teo. Ma grado a grado il mio canto cessò, e gli echi, correndo lontano fra le nere drapperie della camera, divennero fievoli, indistinti, e svanirono. Ed ecco che dal fondo di quelle drapperie nere ove andava a morire il suono della canzone, s’arderse un’ombra, fosca, indefinita, - un’ombra simile a quella d’un corpo di un uomo, quando la luna è bassa nel cielo; ma non era l’ombra né d’un uomo, né di un Dio, né d’alcun altro essere comune. E quasi rabbrividendo, oscillando per un istante fra le drapperie, rimase infine visibile e dritta, sulla superficie della porta di bronzo. Ma l’ombra era vaga, senza forma, indefinita; non era l’ombra né di un uomo né di un Dio,- né di un Dio di grecia, né d’un Dio di caldea, né d’alcun altro Dio egiziano. E l’ombra riposava sulla gran porta di bronzo e sulla cornice scolpita, e non si muoveva, e non pronunciava una parola: ma si fissava sempre più, e restò immobile. E la porta sulla quale l’ombra riposava era, se ben mi ricordo, proprio di contro ai piedi del morto Zoilo. Ma noi, i sette compagni, avendo veduto l’ombra mentre usciva dalle drapperie, non osavamo contemplarla fissamente; ma abbassavamo gli occhi, figgendoli sempre nelle profondità dello specchio d’ebano. E, finalmente, io, Oinos, ardii pronunziare alcune parole a bassa voce, e domandai all’ombra il suo nome e la sua dimora. E l’ombra rispose: Io sono OMBRA, e la mia dimora è vicina alle catacombe di Tolemaide, e presso quelle cupe lande infernali, dove scorrono le acque impure di Caronte! - E allora, tutti e sette, ci rizzammo inorriditi sui nostri seggi, e restammo così, tremanti, terrorizzati, convulsi; perchè il timbro della voce dell’ombra non era quello d’un solo individuo, ma d’una moltitudine d’esseri; e quella voce, variando le sue inflessioni di sillaba in sillaba, veniva a caderci confusamente negli orecchi, imitando gli accenti noti e familiari di mille e mille amici scomparsi! April 27 riflessione di un'ubriacaun'ubriaca ad un'amica brilla:"mmmm ma perchè la testa mi continua a girare anche se ho gli occhi chiusi?"
che dilemma..
March 31 contrasti che esecerbano l'animoOgni piacere sembrava un sacrilegio nei confronti dei morti.
Solo il nulla risponde alle nostre ansiose invocazioni.
Cercando di dimenticare il mondo,le mie paure e soprattutto me stesso.
Benedissi il dispensatore di oblio.
Goodbye Ruby Tuesday
February 23 Seppellitemi vicino all'ippodromo così che possa sentire l'ebbrezza della volata finale.Come batte il suo cuoricino!Come lotta per liberarsi! Come noi, Paul. Proprio come noi. Noi crediamo di sapere tante cose,mentre in realtà non ne sappiamo più di un topo in trappola…un topo con la schiena spezzata che crede di avere ancora voglia di vivere. S. King February 04 viaggio nel tempo.in luoghi bui.A volte bisogna tornare indietro con la memoria,nel tempo.Ritornar col pensiero ai vecchi amori,ai vecchi dolori alle vecchie ferite.Per l'ennesima volta ho letto questo brano.L'unico che riesce a provocar un dolce brivido sulla pelle.L'unico capace di farmi pensare,laddove non c'è bisogno di perder tempo a pensare.A volte perder tempo è bello. Edgar Allan Poe Il gatto nero Mi sposai giovane, e fui felice di trovare in mia moglie una indole congeniale alla mia. Osservando la mia predilezione per gli animali domestici, non perdeva occasione di procurarmi quelli delle specie più piacevoli. Avevamo uccelli, pesci dorati, un bellissimo cane, conigli, una scimmietta e un gatto. Quest'ultimo era un animale eccezionalmente forte e bello, tutto nero, e straordinariamente sagace. Quando parlava della sua intelligenza, mia moglie, che in cuor suo era non poco imbevuta di superstizione, alludeva spesso all'antica credenza popolare che considerava tutti i gatti neri streghe travestite. Non che ne parlasse seriamente: se accenno alla cosa, è solo perché proprio ora mi è capitato di rammentarmene. Pluto ‐ era questo il nome del gatto ‐ era il mio beniamino, il mio compagno di giochi. Io solo gli davo da mangiare, e in casa lui mi seguiva dovunque andassi, Anzi, a fatica riuscivo a impedirgli di accompagnarmi per la strada. La nostra amicizia duròa questo modo per parecchi anni, durante i quali il mio temperamento, il mio carattere (arrossisco a confessarlo) avevano subìo, ad opera del demone dell'Intemperanza, un radicale peggioramento. Giorno dopo giorno divenni piùlunatico, piùirritabile, piùindifferente ai sentimenti altrui. Mi lasciai andare al punto di usare con mia moglie un linguaggio brutale. Alla fine, arrivai anche a picchiarla. I miei animali, naturalmente, risentirono di questo mutamento d'umore. Non solo li trascurai, ma li maltrattai. Per Pluto, tuttavia, conservavo ancora quel tanto di riguardo che bastava a impedirmi di malmenarlo come, senza scrupolo alcuno, malmenavo i conigli, la scimmia o anche il cane, quando per caso o per affetto mi venivano tra i piedi. Ma la mia malattia mi divorava sempre più(e quale malattia èparagonabile all'alcool?), e alla fine anche Pluto, che si faceva vecchio e di conseguenza un po' fastidioso anche Pluto cominciòa provare gli effetti del mio malumore. Una notte, tornando a casa, ubriaco fradicio, da uno dei ritrovi che frequentavo in città ebbi l'impressione che il gatto evitasse la mia presenza. Lo afferrai; e allora, impaurito dalla mia violenza, coi denti mi ferìlievemente alla mano. Subito la furia di un demone si impadronìdi me. Non mi conoscevo più Sembrava che di colpo la mia anima originaria fosse fuggita via dal mio corpo; e una malignità più che diabolica, alimentata dal gin, eccitava ogni fibra del mio essere. Trassi dal taschino del panciotto un temperino, lo aprii, afferrai la povera bestia per la gola, e deliberatamente con la lama le cavai un occhio dall'orbita! Arrossisco, brucio, rabbrividisco nello scrivere di quest'infame atrocità. Quando, al mattino, ritornò la ragione ‐svaporati nel sonno i fumi dell'orgia notturna ‐ provai un sentimento in parte d'orrore, in parte di rimorso per il delitto di cui m'ero reso colpevole; ma era tutt'al piùun sentimento debole ed equivoco, e l'anima non ne fu toccata. Di nuovo mi diedi agli stravizi, e ben presto affogai nel vino ogni ricordo del mio atto. Nel frattempo, il gatto lentamente guarì L'orbita dell'occhio perduto era, èvero, spaventosa a vedersi, ma pareva che non ne soffrisse più Girava per la casa come al solito ma, come ben mi potevo aspettare, fuggiva in preda al terrore ogniqualvolta mi avvicinavo. Tanto m'era rimasto ancora del mio vecchio cuore, che dapprincipio mi afflisse quell'evidente ripugnanza da parte di una creatura che una volta mi aveva tanto amato. Ma a questo sentimento subentròben presto l'irritazione. E poi, a mia definitiva e irrevocabile rovina, sopraggiunse lo spirito della PERVERSITÀ Di tale spirito la filosofia non tiene conto. E tuttavia, cosìcome sono certo che la mia anima vive, sono certo che la perversitàèuno degli impulsi primitivi del cuore umano, una delle indivisibili facoltàprimarie, o sentimenti, che danno un indirizzo al carattere dell'Uomo. Chi non si èsorpreso cento volte nell'atto di commettere un'azione spregevole o stolta per la sola ragione che sapeva di non doverla commettere? Non abbiamo forse, a dispetto del nostro miglior consiglio, una perpetua inclinazione a violare ciò che è Legge, solo perché la riconosciamo come tale? A mia definitiva rovina, ripeto, sopraggiunse questo spirito di perversità. Fu questa insondabile brama dell'anima di tormentare se stessa, di far violenza alla propria natura, di fare il male per puro amore del male, che mi spinse a continuare e infine a consumare l'offesa che avevo inflitto all'inoffensiva bestiola. Una mattina, a sangue freddo, le infilai un cappio al collo e la appesi al ramo d'un albero; l'impiccai con gli occhi colmi di lacrime e col più amaro rimorso nel cuore; l'impiccai perché sapevo che mi aveva amato, e perché sentivo che non mi aveva dato ragione alcuna per farle del male; l'impiccai perché sapevo che così facendo commettevo un peccato, un peccato mortale che avrebbe compromesso la mia anima immortale al punto da porla ‐ se ciòfosse possibile ‐ al di làdella misericordia senza fine di un Dio infinitamente pietoso e terribile. La notte che seguìil giorno in cui fu commesso quell'atto crudele, mi destòdal sonno il grido «l fuoco!» Le cortine del mio letto erano in fiamme. Tutta la casa ardeva. Con grande difficoltàsfuggimmo all'incendio: mia moglie, un domestico, e io. La distruzione fu completa. Tutte le mie ricchezze terrene vennero divorate dal fuoco, e da allora mi abbandonai alla disperazione. Non cerco di stabilire un rapporto di causa ed effetto tra il sinistro e l'atrocità sono superiore a queste debolezze. Ma ora sto descrivendo una catena di eventi, e non voglio che nessun anello risulti imperfetto. All'indomani dell'incendio, ispezionai le rovine. Con una sola eccezione, i muri erano crollati. L'eccezione riguardava un muro divisorio, non molto spesso, che stava, piùo meno, nel mezzo della casa, e contro il quale prima poggiava la testata del mio letto. Qui l'intonaco aveva resistito in gran parte all'azione del fuoco, giacché‐ a questo attribuii il fatto ‐ era stato steso di recente. Intorno a questo muro si era raccolta una fitta folla, e molte persone sembravano esaminare una certa parte con minuziosa e viva attenzione. Le parole «strano!»«singolare!»e altre espressioni analoghe destarono la mia curiosità Mi avvicinai e vidi, come scolpita a bassorilievo sulla superficie bianca, la figura di un gigantesco gatto. L'immagine era resa con stupefacente esattezza. Intorno al collo dell'animale, c'era una corda. Dapprima, al vedere questa apparizione ‐ poichénon potevo considerarla che tale ‐ estremo fu il mio stupore, e il mio terrore. Ma infine mi soccorse la riflessione. Il gatto, ricordavo, era stato impiccato in un giardino adiacente alla casa. All'allarme dell'incendio, il giardino era stato subito invaso dalla folla, e qualcuno doveva aver staccato l'animale dall'albero per gettarlo, attraverso una finestra aperta, in camera mia. Ciò probabilmente, allo scopo di destarmi dal sonno. Il crollo degli altri muri aveva compresso la vittima della mia crudeltàdentro la sostanza dell'intonaco fresco; poi la calce e l'azione combinata delle fiamme e dell'ammoniaca della carogna avevano creato l'immagine cosìcome ora la vedevo. Sebbene in tal modo tranquillizzassi prontamente la mia ragione, se non proprio la mia coscienza, a proposito del fatto strabiliante testédescritto, esso non mancòdi fare un'impressione profonda sulla mia fantasia. Per mesi e mesi non potei liberarmi dal fantasma del gatto; e in questo periodo si insinuònuovamente nel mio spirito un vago sentimento che sembrava, ma non era, rimorso. Giunsi a rimpiangere la perdita dell'animale e a guardarmi intorno, nelle miserabili bettole che ora abitualmente frequentavo, in cerca di un altro gatto della medesima razza da tenere al posto dell'altro. Una notte, mentre sedevo semistordito in un covo peggio che infame, la mia attenzione fu improvvisamente attratta da qualcosa di nero che stava in cima a una delle gigantesche botti di gin, o rum che fosse, che costituivano il principale arredamento del locale. Da qualche minuto fissavo il coperchio della botte, e ciò che ora mi sorprese fu di non aver notato prima quel qualcosa che vi stava sopra. Mi avvicinai e lo sfiorai con la mano. Era un gatto nero, un bel gatto grosso: grosso quasi come Pluto, e a lui somigliantissimo, tranne per un particolare. Su tutto il corpo, Pluto non aveva un solo pelo bianco; questo gatto, invece, aveva una larga, sebbene indefinita, chiazza bianca che gli copriva il petto quasi per intero. Non appena lo toccai, si alzò, prese a farmi le fusa, mi si strofinò contro la mano, e parve tutto contento della mia attenzione. Era proprio questa, dunque, la creatura che andavo cercando. Subito proposi al padrone del locale di acquistarlo; ma costui non ne rivendicò la proprietà non ne sapeva nulla ‐ non l'aveva mai visto prima di allora. Continuavo ad accarezzarlo, e quando mi accinsi a rincasare, l'animale si mostròdesideroso di accompagnarmi. Acconsentii, e per la strada di tanto in tanto mi chinavo a fargli una carezza. Una volta a casa, si ambientòimmediatamente, e subito divenne il beniamino di mia moglie. Per parte mia, ben presto sentii nascere dentro di me una viva antipatia nei suoi confronti. Era proprio il contrario di quel che avevo previsto; ma ‐ non so come e perchéavvenisse ‐ il suo evidente affetto per me non faceva che disturbarmi e irritarmi. A poco a poco questi sentimenti, disgusto e fastidio, crebbero fino a mutarsi nell'asprezza e nell'odio. Evitavo quell'animale; tuttavia un certo senso di vergogna e il ricordo del mio precedente atto di crudeltàmi impedivano di fargli del male. Per qualche settimana, non lo colpii négli arrecai in altro modo violenza; ma gradualmente, insensibilmente, presi a guardarlo con inesprimibile ribrezzo e a rifuggirne in silenzio l'odiosa presenza, come un fiato di peste. Ciòche senza dubbio contribuìad accrescere la mia avversione per l'animale fu la scoperta, la mattina dopo che l'ebbi portato a casa, che, come a Pluto, anche a lui era stato cavato un occhio. Tale circostanza, tuttavia, non fece che renderlo piùcaro a mia moglie, la quale, come ho giàdetto, possedeva in alto grado quell' umanità di sentimenti che era stata un tempo il mio tratto caratteristico e la fonte dei miei piaceri più semplici e puri. Ma come cresceva la mia avversione per questo gatto, sembrava aumentare la sua predilezione per me. Seguiva i miei passi con un'insistenza che mi sarebbe difficile far comprendere al lettore. Ogniqualvolta mi sedevo, si accoccolava sotto alla mia seggiola o mi saltava sulle ginocchia, coprendomi delle sue repulsive carezze. Se mi alzavo per camminare, mi si metteva tra i piedi, e quasi mi faceva cadere; oppure, afferrandosi ai miei vestiti con le unghie lunghe e aguzze, mi si arrampicava in questo modo fino al petto. In questi momenti, sebbene avessi voglia di finirlo con un sol colpo, mi trattenevo dal farlo, in parte per il ricordo di quel mio primo delitto, ma soprattutto ‐ voglio confessarlo, subito ‐ per il mio assoluto terrore della bestia. Non era proprio terrore del male fisico: e tuttavia non saprei come definirlo altrimenti. Quasi mi vergogno di ammettere ‐ sì anche in questa cella di criminale ‐ che il terrore e l'orrore suscitati in me dall'animale erano stati esasperati da una delle piùassurde chimere che sia dato immaginare. Piùdi una volta mia moglie aveva richiamato la mia attenzione sull'aspetto della chiazza di peli bianchi di cui ho parlato, e che costituiva l'unica differenza visibile tra la strana bestia e l'altra che avevo ucciso. Il lettore ricorderàche questa chiazza, sebbene larga, era all'inizio del tutto indefinita. Ma lentamente, cosìlentamente che per lungo tempo la mia ragione lottòcontro quella che sembrava pura fantasia, aveva finito per assumere una rigorosa nitidezza di contorni. Era adesso l'immagine di un oggetto che rabbrividisco a nominare ‐ e per questo soprattutto provavo ripugnanza e terrore, e avrei voluto sbarazzarmi di quel mostro se avessi osato era adesso, dico, l'immagine di una cosa orrida, di una cosa sinistra: la FORCA! Oh, luttuosa e terribile macchina dell'orrore e del delitto, dell'agonia e della morte! E adesso ero davvero disperato, al di làd'ogni possibile disperazione umana. E che un animale, un bruto, il cui simile avevo disprezzato e ucciso ‐ che un animale, un bruto , infliggesse a me ‐ a me, uomo fatto a immagine di Dio, cosìgrande eintollerabile miseria! Ahimè nédi giorno nédi notte conobbi piùla benedizione del riposo! Durante il giorno, l'animale non mi lasciava solo un istante; e durante la notte mi destavo di soprassalto, ogni ora, da sogni di indicibile paura, per trovare sulla mia faccia il fiato caldo della cosa e il suo peso immane ‐ incubo incarnato che non avevo la forza di scuotermi di dosso, e sempre, sempre gravava sul mio cuore! Sotto l'oppressione continua di tormenti come questi, l'esiguo residuo di bene che era in me finì col soccombere. Pensieri malvagi ‐ i pensieri piùtenebrosi e malvagi ‐ divennero i miei soli, assidui compagni. Il mio abituale umor tetro si accentuòfino a mutarsi in odio di tutto e di tutta l'umanità mentre dei subiti, frequenti e incontrollabili accessi di una furia alla quale ora ciecamente mi abbandonavo, mia moglie, che mai si lamentava, era, ahimè la vittima piùconsueta e paziente. Un giorno mi accompagnò per qualche faccenda domestica, nella cantina del vecchio edificio che la povertàci costringeva ad abitare. Il gatto mi seguìper i ripidi gradini e, avendomi quasi fatto cadere a testa ingiù mi esasperòalla follia. Brandendo un'ascia, e dimenticando nella mia furia il puerile timore che fino a quel momento aveva frenato la mia mano, vibrai all'animale un colpo che, se fosse calato come volevo, gli sarebbe certo riuscito fatale. Ma il colpo fu arrestato dalla mano di mia moglie. Questo suo intervento scatenòin me una rabbia piùche demoniaca: liberai il braccio dalla sua presa e le affondai l'ascia nel cervello. Cadde morta all'istante, senza un gemito. Compiuto questo orrendo assassinio, subito, e in piena lucidità mi disposi a occultare il cadavere. Sapevo di non poterlo trasportare fuori della casa, nédi giorno nédi notte, senza correre il rischio di essere osservato dai vicini. Presi in considerazione molti piani. A un certo punto, pensai di tagliare il cadavere in minuti frammenti e di distruggerli col fuoco. Poi decisi di scavargli una fossa nel pavimento della cantina. Poi, ancora, esaminai la possibilitàdi imballarlo in una cassa come fosse una merce qualsiasi, con le solite formalità e di farlo portar via da un facchino. Infine, trovai un espediente che mi parve migliore di questi. Decisi di murarlo nella cantina, come si tramanda che nel medioevo i monaci murassero le loro vittime. A tale scopo la cantina era quanto mai adatta. I muri erano poco compatti, e di recente erano stati ricoperti per intero di un ruvido intonaco che a causa dell'umiditàdell'atmosfera non aveva potuto indurirsi. Inoltre, in uno dei muri c'era una sporgenza, dovuta a un falso camino o focolare, che era stata riempita cosìda non presentare differenze rispetto al resto della cantina. Non avevo dubbi di potere agevolmente rimuovere i mattoni in quel punto per poi introdurvi il cadavere e murare tutto come prima cosìche nessun occhio scoprisse alcunchédi sospetto. E in questo mio calcolo non mi sbagliai. Con una grossa leva di ferro spostai i mattoni con tutta facilitàe, collocato con cura il corpo contro la parete interna, lo puntellai in quella posizione; poi, con poca fatica, rifeci l'ammattonato così come era prima. Mi procurai calcina, sabbia e setole e, usando ogni possibile precauzione, preparai un intonaco che non era possibile distinguere dal vecchio e lo stesi accuratamente sul muro nuovo. Quando ebbi finito, constatai soddisfatto che tutto era a posto. Non v'era segno nel muro che esso fosse stato manomesso. Con la massima cura rimossi da terra i calcinacci. Mi guardai attorno trionfante, e mi dissi: «Qui, almeno, non ho lavorato invano». Il passo successivo fu di cercare la bestia che era stata la causa di tanta sciagura: poiché infine ero fermamente deciso a metterla a morte. Se mi fosse riuscito di trovarla allora, sul suo destino non avrebbero potuto esservi dubbi; ma, a quel che pareva, lo scaltro animale, allarmato dalla violenza della mia collera recente, si guardava bene dal mostrarmisinell'umore in cui mi trovavo. È impossibile descrivere, o immaginare, la profonda, beata sensazione di sollievo che l'assenza dell'aborrito animale fece nascere in me. Non comparve durante la notte, e così, per una notte almeno da che m'era entrato in casa, dormii d'un sonno profondo e tranquillo; sì, dormii, pur col peso dell'assassinio sull'anima! Passò il secondo giorno, il terzo, e ancora il mio tormentatore non si vedeva. Di nuovo respirai come un uomo libero. Il mostro, atterrito, era fuggito per sempre dalla mia casa! Non l'avrei veduto mai più! Ero al colmo della felicità! Ben poco mi turbava la colpa della mia azione delittuosa. V'erano state indagini, ma le mie pronte risposte le avevano sviate. Si era proceduto anche a una perquisizione, ma non si era scoperto nulla, naturalmente. Guardavo alla mia felicità futura come a una certezza assoluta. Il quarto giorno dopo l'assassinio, del tutto inaspettatamente, si presentarono in casa mia alcuni agenti di polizia e procedettero a un nuovo, minuzioso esame dell'edificio. Ma, sicuro com'ero dell'irreperibilità del mio nascondiglio, non provai il minimo imbarazzo. Gli agenti mi ordinarono di accompagnarli nella perquisizione. Non lasciarono inesplorato nessun angolo, nessun recesso. Alla fine, per la terza o quarta volta, scesero in cantina. Non mi tremava un muscolo. Il cuore mi batteva calmo come quello di chi dorma un sonno innocente. Percorsi la cantina da un capo all'altro. Camminai avanti e indietro con fare disinvolto, le braccia conserte. Quelli della polizia erano pienamente soddisfatti e si disponevano ad andarsene. L'esultanza del mio cuore era troppo forte perché potessi frenarla. Smaniavo dalla voglia di dire una parola, una sola, in segno di trionfo, e rendere doppiamente certa la loro certezza della mia innocenza. «Signori», dissi alla fine, mentre il gruppo risaliva le scale, «sono lieto di aver placato i vostri sospetti. Auguro a tutti voi buona salute, e un po' più di cortesia. Tra parentesi, signori miei, questa è una casa molto ben costruita» (nella smania di parlare con disinvoltura, quasi non sapevo quel che mi usciva di bocca), «potrei anzi dire costruita in modo eccellente. Questi muri ‐ ve ne andate, signori? ‐ questi muri sono solidamente fabbricati» e qui, da nient'altro spinto che dal desiderio frenetico di fare una bravata, picchiai forte con un bastone che tenevo in mano proprio su quella parte dell'ammattonato dietro al quale stava il cadavere della mia diletta sposa. Ma possa Dio proteggermi e salvarmi dalle zanne del Grande Nemico! Non appena l'eco dei miei colpi si smorzònel silenzio, mi rispose una voce dall'interno della tomba! Un lamento, dapprima soffocato e rotto come un singhiozzo di un bimbo, e che in breve salìdi tono, divenne un grido lungo, altissimo, ininterrotto, assolutamente innaturale, disumano: un ululato, uno strido lamentoso, metàd'orrore e metàdi trionfo, quale avrebbe potuto levarsi solo dall'inferno, dalle gole dei dannati nelle loro torture, e insieme dalle gole dei demoni che esultano nella dannazione. Dei miei pensieri èfollia parlare. Mi sentii mancare, barcollai verso il muro opposto. Per un istante, gli uomini sulle scale restarono immobili: attoniti, atterriti. Un istante dopo, una dozzina di solide braccia lavoravano al muro. Cadde di schianto. Il cadavere, giàputrefatto in gran parte e imbrattato di grumi di sangue, apparve, ritto in piedi, agli occhi degli spettatori. Sulla sua testa, la bocca rossa spalancata e l'unico occhio di fiamma, stava appollaiata la bestia orrenda, le cui arti mi avevano sedotto all'assassinio, e la cui voce accusatrice mi consegnava al boia. Avevo murato il mostro dentro la tomba! Da: Edgar Allan Poe, I racconti del terrore January 11 caro fabrizio....Son passati dieci anni ormai...sei stato un grande poeta,un grande uomo,un grande cantautore.
e tale resterai in eterno.
altre parole non servono.. ![]() ![]() January 05 un blasfemoMi arrestarono un giorno per le donne ed il vino,
non avevano leggi per punire un blasfemo, non mi uccise la morte, ma due guardie bigotte, mi cercarono l'anima a forza di botte. Perché dissi che Dio imbrogliò il primo uomo, lo costrinse a viaggiare una vita da scemo, nel giardino incantato lo costrinse a sognare, a ignorare che al mondo c'e' il bene e c'è il male. October 05 per te che fai buon viso a cattivo giocoTu ed io nella nostra vita.
I legami sacri non saranno mai rotti. Quindi perché non posso continuare a dire bugie e vederti morire ogni giorno. Ripenso a quei tempi in cui i sogni erano importanti, parlando con l'innocenza della gioventù. Mi hai detto che non mi avresti mai lasciato ma il cavallo scalpita e si arrabbia in nome della disperazione. E' tutto tempo sprecato. puoi guardare te stesso quando pensi a quello ke ti lasci alle spalle? E' tutto tempo sprecato. puoi vivere con te stesso quando pensi a quello ke ti lasci alle spalle? Illusioni paranoidi ti hanno catturato. Ho bisogno di sapere dov'è il mio amico. E' completamente solo. È sepolto in profondità all'interno di una carcassa in cerca di un'anima. Puoi sentirmi dentro il tuo cuore che sanguina. Perché non puoi credere che puoi non essere amato. Ti sento gridare in agonia e il cavallo scalpita e si arrabbia in nome della disperazione. E' tutto tempo sprecato. puoi guardare te stesso quando pensi a quello ke ti lasci alle spalle? E' tutto tempo sprecato. puoi vivere con te stesso quando pensi a quello ke ti lasci alle spalle? Mi hai detto che non mi avresti mai lasciato ma il cavallo scalpita e si arrabbia in nome della disperazione. E' tutto tempo sprecato. puoi guardare te stesso quando pensi a quello ke ti lasci alle spalle? E' tutto tempo sprecato. puoi vivere con te stesso quando pensi a quello ke ti lasci alle spalle? Il sole sorgerà ancora, la terra diventerà sabbia. I colori della creazione sembrano dissolversi nel grigio e vedrai le mani malate del tempo scrivere le tue ultime rime e finire il ricordo. Non avrei mai pensato che tu ti allontanassi così, ragazzo. wasted time - skid rowSeptember 14 Il resto è silenzio.Sono stanca di essere il regista di sogni che si proiettano solo nella mia testa.
Ami?
Sento la sua voce pronunciare queste parole...a volte lo sento ancora. Nei mei sogni.
Ami?
sì, rispondo.Sì... e il vero amore non muore mai.
Poi mi sveglio urlando.
Arrivederci e buona vita miei cari.
September 03 "Al momento della morte spero di essere sorpreso.""E allora perchè dovresti preoccuparti di qualcosa dopo la morte?
è un sonno senza tormento la differenza è che non ti sveglierai......"
Antimatter - Legions
Stony and grey is the whore
And long are the days in the morgue Where God is a wall Where God is a wall to look upon Legions and hordes The seas have been torn And buildings remain where they fall And I solemnly walk Through legions and hordes A dark mass of infidel Long is the howl at the end A cry from the tail echoing And fools reverberate And fools reverberate and carry on... What have they done to themselves? Look what they've done to themselves. If you don't learn to leave this thing alone You'll never get to see the sun again You won't come out on top The seed is sown ![]() August 25 la casa degli invasati.Nessun organismo vivente può conservare a lungo la propria salute mentale vivendo in condizioni di realtà assoluta; si pensa che persino le allodole e le cavallette sognino. La Casa sulla Collina, per nulla sana, sorgeva isolata contro le sue alture, custode di tenebre; sorgeva da ottant'anni e forse vi sarebbe stata per altri ottanta. Al suo interno i muri stavano dritti, i mattoni si congiungevano con ordine, i pavimenti erano saldi e le porte erano giudiziosamente chiuse; il silenzio posava uniforme sui legni e le pietre della Casa sulla Collina e qualunque cosa vi si aggirasse, si aggirava in solitudine.
Shirley Jackson. |
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